Varie ed eventuali per accontentarLa. :-)
cento | 18 Dicembre, 2007 16:01
Sulle note di Eric Clapton decido di dedicare due righe a Daniele Luttazzi ed al suo spettacolo a cui ho avuto il piacere di assistere domenica. Al teatro Ambra Jovinelli è andata in scena l'ultima puntata del Decameron, la stessa tagliata da La7. Che devo dire: mi è piaciuta parecchio. Lui ha dedicato alcuni minuti per esprimere il suo concetto di satira, sia come concezione personale che come definizione e senso completo della parola. Ha poi spiegato lo scopo del suo spettacolo e devo dire è risultato molto chiaro e comprensibile. Lo spettacolo di per sè è stato molto divertente, con sane risate e momenti di freddi sorrisi, soprattutto su quelle che lui definisce le risate verdi. Per risate verdi intende quelle che colpiscono i nostri stereotipi e la nostra bigotta visione delle cose, e che quindi ci pone in una posizione in cui, al termine della battuta, o fuggiamo urlando dalla sala o ridiamo. Verde, appunto. Mi piace molto il suo modo di fare, lo seguo dai tempi di MaiDireGoal. Il suo modo di far ridere è simile al mio, il suo modo di dissacrare è molto vicino al mio. Il suo spettacolo...be, avrei voluto farlo io!
Penso che il Decameron vada rivalutato. Ripensato e rivisto alla luce di uno stato mentale più aperto ed attento; i contenuti si avvicinano di molto a quello che è una concezione materiale e pratica di arte comica e ironica. Se dovessi definire satira, penso che prenderei in prestito la definizione che Daniele ha dato a Decameron. Evito di citare troppo le sue parole o le sue battute perchè sembra che quanto prima questa ultima puntata verrà resa disponibile a tutti. La nota piacevole è stato quel senso di "noi ci capiamo" creato in quella sala gremita di gente che, gratuitamente, è accorsa a vederlo. Una serata piacevole, risate sane insomma. E tanto, tanto da pensare. Pensare sui contenuti, sul modo di esprimerli. Sullo scopo di esprimerli. E di andare oltre l'annebbiata visione delle cose che tendiamo ad avere. La continua lotta al chiarimento interiore e alla rivalutazione di pensieri e principi continua, e Luttazzi in questo rende un buon servizio. Per il resto, sono solo disquisizioni e autoflagellazioni inutili. Non è censura. E solo una triste realtà.
Voto. 9+ : geniale e brillante.
cento | 17 Dicembre, 2007 20:41
cento | 16 Dicembre, 2007 19:31
Esiste un problema in italia che viene affrontato poco, male, e senza la giusta informazione. Il problema delle carceri. Il carcere è un luogo dove si limita la libertà di uomini che, avendo commesso un reato ed essendo stati giudicati pericolosi per se stessi e per gli altri, necessitano di una riabilitazione e di un controllo costante da parte di tutori dell'ordine e di specialisti con il compito di aiutarli e riprepararli al rientro in società. Ogni stato che vuole definirsi democratico e moderno usa il sistema delle carceri principalmente come luogo di riabilitazione e di riscatto sociale per uomini che, a causa di loro scelta o di situazioni avvenute, hanno perso la facoltà di poter vivere e circolare liberamente. Il carcere dovrebbe essere anche un luogo di punizione, dove la persona incriminata possa pensare al danno arrecato alla società con il suo comportamento e cercare di rimediare a tale errore o almeno capire di averlo fatto e cambiare in modo tale da non ricommetterlo. Uno stato civile riabilita. Uno stato ignorante e retrogrado si limita a punire. E a riempire le proprie carceri di gente che, spesso, al termine della pena rimane senza una vita, senza una casa, senza un lavoro, e sempre più incazzato col mondo. Se avviene ciò, la logica della detenzione viene a cadere in quanto il principio di riabilitazione non esiste più. L' opinione pubblica, seppur parlando in alcune circostanze (forse solo quelle peggiori) di questo problema non fornisce mai un approfondimento completo o almeno imparziale di questa situazione, soprattutto in Italia dove il senso di giustizialismo è uno dei fuochi che anima l'italico egoismo e menefreghismo. Prima di avere una comprensione del problema bisognerebbe capire fino in fondo questa funzione delle carceri e della detenzione. Tale comprensione diventa quindi fondamentale per poter proporre ipotesi valide ed alternative a quelli che sono i problemi attuali e i funzionamenti delle politiche giustizialiste vigenti. Ho usato volutamente il termine "giustizialiste" per ironizzare sullo spirito che purtroppo anima la logica che il popolo buonista e corretto muove nell' esprimere opinione di giudizio e valutazione della popolazione carceraria. Opinione comune è quella dei penitenziari (penitenziaro e carcere non sono la stessa cosa, ma per brevità eviterò di sottilizzare) come luoghi di punizione mentale e corporale in cui chi ha commesso il reato va "punito" perchè "è giusto che sia così". Esiste una varietà quasi infinita di capi di imputazione per cui una persona finisce in carcere, e unire tutti sotto il segno del giustizialismo assoluto sarebbe un peccato che nessuna persona che si autodefinisce civile può commettere. La gente vive in una bambagia rosa in cui gli altri sono cattivi e vanno puniti, in cui chi va in carcere è solo un pericolo alla propria vita borghese e bigotta.
Evito di muovere accuse a questo pensiero diffuso in quanto anche io ne sono stato vittima per diversi anni (esattamente fino a quando ho compiuto 12 anni più o meno), ma limiterò la mia opinione modesta su quello che da tutti viene considerata la pietra angolare della detenzione: la punizione. Pensare che inasprire le pene serva porta solo ad una logica non lontana alla pena di morte. La morte di un uomo non si determina con la cessazione della sua respirazione, bensì con quella della sua vita: la possibilità di andare in giro, trovare un lavoro, redimersi, sono cose senza le quali siamo morti. Indipendentemente da quanto respiriamo. In carcere oggi va chi è pazzo, chi ha problemi mentali, ma anche chi fuma uno spinello, chi ha agito come braccio omicida mosso da poteri forti e mai incriminati spinto solo dalla fame. A pochi italiani (che amano giudicare costoro) è mai capitato che la pancia chiamasse alle armi. Giudicare dall' alto della propria posizione economica è un lusso che non tutti possono permettersi, e se un dio esiste son sicuro che ne terrà conto, e se come credo non dovesse esistere ci penserà la vita a punirli lasciandoli una vecchiaia triste e senza pietà. In Italia esistono numerosi edifici predisposti per poter esser trasformati in strutture carcerarie, ma per motivi di potere o di denaro che qualcuno si mette in tasca invece di investire, tali strutture rimangono fatiscenti prima ancora di esser inaugurate. L' idea di reintegro delle carceri è morta insieme a tutti i detenuti che muoiono per motivi di igiene e di qualità della vita. Non che in galera bisogna vivere bene, ma bisogna almeno sopravvivere.
Non esiste Stato Sociale che non garantisce condizioni sufficienti alla sopravvivenza per altre persone. In Italia in galera ci va solo la povera gente, chi non può pagarsi un avvocato, chi agisce in modo fuorilegge spinto non certo dalla voglia di farsi una vacanza dietro le sbarre. I veri mafiosi sono fuori, e sono banchieri, stallieri di arcore, presidenti di televisioni, amministratori delegati, proprietari immobiliari. Sono questi individui che distruggono l' Italia innovando l' idea del mondo capovolto e mosso da ideali capitalisti e imperialisti. Dovrebbero essere loro ad essere appesi per piedi in piazza. Ma il vecchio duce pagò per tutti loro, quindi dovremo aspettare che esista dio per questo tipo di giustizia. Quello che ora serve è che in Italia si torni a parlare delle carceri, della loro funzione, e della situazione disumana in cui esseri umani come noi, magari anche migliori di noi, vivono. Nessuno credo decida di essere ladro. Tutti abbiamo delle necessità, e fino a che non esisterà uno stato che garantirà casa e lavoro a tutti, le carceri continueranno ad essere piene di povera gente. Certo, ci sono gli omicidi, ci son i farabutti. Ma non sono loro che fanno traboccare le regie galere. Non sono loro, perchè i veri assassini stanno in parlamento e ogni giorno ammazzano migliaia di persone con la loro fama di maledetti. Agiscono, ammazzano, e diventano sempre più potenti. Noi siamo gli stronzi che li imbocchiamo. Per loro non ci dovrebbe essere pietà. Odio generalizzare, ma se generalizzare significa parlare da ignorante, allora lo sono. Quando si parla di assassini sono ignorante. E generalizzo. E vaffanculo.
Concludo augurando a tutti gli ultimi, a tutti quelli che muoiono nelle carceri, a quelli che muoiono sul lavoro, a tutti coloro che ingrassano col sangue questi meccanismi moderni di funzionamento, auguro loro un in bocca al lupo. Spero ce la facciano.
cento | 15 Dicembre, 2007 12:47
La mostra Milanese sull' arte gay sta suscitando non pochi problemi per il sindaco Moratti. Si è vista contrapposta tutta la comunità appoggiata da un insolito ma per fortuna coerente Vittorio Sgarbi, portatore sano di arte nel nuovo millennio (secondo il suo parere). Proprio lui, il signor "culattoni raccomandati", si è incazzato per il veto posto dalla signorA sindacA ad una mostra di arte contemporanea che, secondo sue stesse dichiarazioni, offenderebbe il decoro pubblico e non rispetterebbe le linee guida etiche previste dal buon gusto. Per i non tecnici significa: "non posso patrocinare quest' arte sennò l' arcivescovo mi fa il culo ad arancia rossa di sicilia". Ed una mostra di sex, shemale & transexual come sarebbe state considerata? Qualcuno ha fatto notare come nel corso dei decenni il mondo si è vista privare di grandissime opere storiche ritenute al tempo dissacranti e provocatorie e poi rivalutate in periodi successivi, magari alla morte degli stessi autori. Questo qualcuno è nientepopòdimento che Mughini, il giornalista scrittore opinionista e chi più ne ha più ne metta. Lasciati i panni dello juventino coglione, incapace e provocatorio si veste di abiti a lui più consoni quali quelli dell' intellettuale moderno e fa trasparire dalle sue parole discorsi limpidi chiari e attualissimi.
E il libro di Orwell diventerà solo un testo sacro di divinazione futura.
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