Tutto l’universo obbedisce all’amore

Quando invece di una tastiera per pc vedi una trappola per topi e le tue dita sono topi, è il momento di smettere di scrivere. Quando capisci che l’unico motivo per scrivere era una persona che non vuole più leggere le tue parole, vedi la trappola per topi. Quando senti il vuoto coprire ogni ispirazione, vedi la trappola per topi.

Non voglio più scrivere, non voglio più fare un cazzo.

Chiudo il blog.
Senza darmi troppe spiegazioni. La spiegazione è palese, visibile nella pochezza di parole che uso e nella mia incapacità di trovare sollievo nei miei pensieri.

Io amo. Ed è un casino insopportabile.

 

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Lo conosco

A volte passano ore intere prima di iniziare a digitare qualcosa. Ore in cui il cursore lampeggia, i pensieri sono tanti, troppi, ma la paura di metterli giu vince. A volte inizio a scrivere, poi mi accorgo di non aver incanalato nel modo migliore questi pensieri, e cancello tutto. A volte finisco di scrivere ma non pubblico. Alla fine le idee sono tante, ma si incastrano tutte in questa testa di merda che mi ritrovo. E finisco col perdere l’ispirazione, la voglia di scrivere, le persone che amo, la mia loquacità. E mi ritrovo di nuovo con me stesso, che poi non è una compagnia molto facile di questi tempi. Ma se non si inizia ad amare se stessi, non lo si lascerà fare a nessuno. Allontanandoli nella maniera peggiore. E senza aver voglia di farlo. Per proteggere gli altri da quello che si è.

Non ci piaciamo, quindi è impossibile piacere a qualcun’altro. È questo il movente.

 

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L’amore è eterno. Non il destinatario.

Missione riuscita, cento ha avuto ragione di nuovo.

 

Si ricomincia a fumare. Speriamo stavolta mi ammazzi sul serio.

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Stay Hungry. Stay Foolish.

Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life.
Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other
people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out
your own inner voice. And most important, have the courage to follow
your heart and intuition. They somehow already know what you truly want
to become. Everything else is secondary.

 

(cit.)

 

 

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La canzone mai scritta

Mi piacerebbe scrivere una canzone
cantarla
suonarla
e dedicarla
Dedicarla …
a chi crede che la musica sia meglio dell’amore
a chi canta per dimenticare, e non dimentica di cantare
a chi ci prova, ci riesce, ci prova non ci riesce
a chi ci prova, sbaglia, ci riprova, e poi cresce
a chi tra le mani stringe la propria vita
a chi con gli amici condivide la propria vita
a chi fa di tutto per amare
a chi abbraccia e bacia senza pensare
a chi mi dice che tanto non cambia nulla
a chi mi accudiva quando piangevo in culla
a chi tenta di cambiare il mondo
a chi tenta in un cambiamento profondo
a chi muore per far vivere gli altri
a chi sa dividere il proprio cuore in piu parti
a chi crea, perchè nulla si distrugge
a chi insegue l’amore, e davanti ad esso non fugge
a chi si sveglia ed è pronto a lottare
a chi si addormenta sempre pronto a sperare
a chi sente la mancanza del nonno
a chi non dorme pur avendo sonno
a chi scopre di avere una cugina grande
a chi al circo piange per l’elefante
a chi prende, parte, e non ritorna
a chi dice il vero anche senza sbornia
a chi è triste se sa che stai male
a chi si commuove quando vede il mare
a chi tocca la natura con una mano
a chi la sporca come un vero villano
a chi brucia, inquina, ammazza, ruba
a chi lascia tutto per salvare Cuba
a chi passa ore a fissare un mappamondo
a chi parte senza mai superare Siponto
a chi si ferma, studia, e capisce
a chi si ferma, ma se lo fa fallisce
a chi prega davanti ad un muro in Palestina
a chi dipinge la cappella Sistina
a chi ti tocca e ti salva
a chi ti abbraccia e ti salva
a chi ti parla, e ti salva,
a chi ti aiuta e ti salva
a chi paga i conti di questo paese
a chi prende mille euro al mese
a chi arriva in alto e guarda giu
a chi il proprio padre non ce l’ha più
a chi ha fatto tutto col proprio sudore
a mio nonno che che mi ha datto sempre troppo amore.

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Facciamo l’ipotesi

Qualche volta hai voglia di pensare, e finisci col meditare su quelli che sono i personaggi che nella vita ti hanno lasciato qualcosa, ti hanno permesso di cambiare. In questo contesto ho subito pensato a Calamandrei ed ai suoi discorsi. In questo periodo mi sta capitando di riascoltarli, e la pelle d’oca mi viene come quando li lessi la prima volta qualche tempo fa.

"Facciamo l’ipotesi, così
astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante,
il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la
vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e
trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire,
senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per
impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in
scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto
di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è
sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito
dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,
intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad
impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole
private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di
quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste
scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a
consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono
migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come
ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che
saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole
pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami
sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Cos" la scuola
privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non
potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di
partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle
sue scuole private."

Una citazione gratuita, forse delle parole più utilizzate in questo periodo di scontri. Una citazione tratta da questo discorso.

Un discorso da brivido, da emozione, da leggere con attenzione. E da ascoltare, insieme a quello agli studenti milanesi fatto nel 55 che grazie a youtube è reso accessibile con facilità disarmante.

Come al solito mille pensieri non mi si trasformano in mille parole, ma le emozioni dell’uomo rimangon dentro nonostante i limiti imposti dalla tastiera. E così sia, anche per stanotte, di lasciarmi crescere al dolce suono della rivoluzione culturale.

 

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Secondo me

Tutti scrivono. Su blog, su riviste amaroriali, su diari personali. Tutti hanno una opinione, tutti la riportano, e la maggior parte di queste opinioni rimane a disposizione degli altri tramite internet e tramite i siti web. Informarsi su un argomento è diventato molto semplice. Cerchi l’informazione sulla wikipedia, chiedi l’opinione ai blogger, e dopo qualche ora sei allineato agli altri.
Quante persone hanno una opinione sulla guerra in Iraq? Penso la maggior parte dei lettori. Quante persone hanno informazioni aggiornate e certe sulla guerra in Iraq? Pochissimi. È questa la linea che divide l’opinionismo strisciante dalla informazione giornalistica. Per carità, conoscere l’opinione della gente su un argomento è un passo importante per potersene fare una propria. Ma negli ultimi anni sta emergendo una certa inerzia nel crearsi opinioni basandosi su altre opinioni piuttosto che sui dati, sulle fonti, sui fatti. L’opinione non gode della proprietà transitiva, dunque senza attingere a dati veri, affidabili ed aggiornati, il rischio di cadere in errore nel formulare una opinione precisa e schietta diveta alto. A questo scopo hanno inventato il giornalismo. A questo scopo il giornalismo rischia di fare paura a molti, a coloro che i dati li creano, che ne sono gli artefici, e che temono l’opinione della massa perchè se basata su tali dati diventa idea. E le idee cambiano il mondo.
Laurearsi per diventare giornalisti non serve, poichè l’informazione non richiede cultura, opinione, considerazione. L’informazione è un asettico elemento degli eventi, un racconto senza idee di fatti che formano la base del sapere. L’informazione non può essere bipartisan. L’informazione non ha parte, non ha colore, non ha contesto e non ha partito. È sull’informazione che ci si basa per creare nuove opinioni, e lasciarne il reciclaggio a coloro che dell’informazione vorrebbero solo conoscerne lo scopo.

È un sistema, questo moderno, in cui il telegiornale viene visto come la fonte intoccabile di informazione quotidiana. La sua controllabilità, il suo scopo riassuntivo, la sua superficialità, sono stati dimenticati da tutti quelli che non hanno tempo per capirne l’inutilità. La proposta non serve senza realizzo, così come un telegiornale non serve senza un approfondimento con carta stampata, con inchieste, con libri, con dati ed informazioni senza opinioni di altri.
In questa ottica di informazione ed opinione, ho capito che non sono un giornalista. Perchè non riesco a non avere una opinione sulle poche informazioni che riesco a carpire con i miei stessi occhi. Per questo motivo a volte mi armo di carta e penna ed esco. Cerco l’informazione, che nessuno mi da, e cerco, ci provo, a farmi una opinione su quel poco che vedo. Mi sorge il dubbio ora se vale piu l’opinione fatta su poche cose viste di persona, o su tante cose frutto a monte di una opinione altrui? In preda a questa disquisizione, continuo a fare parallelamente entrambe le cose, nella speranza di evidenziare da questo lavoro la differenza infinitesima e profonda che esiste tra l’opinione  e il farsi una opinione.

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Non raccontiamo cazzate

Sull’arbitrarietà nelle c.d. “occupazioni scolastiche” da parte di studenti. Il ministro degli interni ha, al riguardo, recentemente dichiarato che “chi occupa le scuole sarà denunciato”. I reati configurabili, o che solitamente vengono contestati, in questi casi, sono l’ “invasione di terreni o edifici”, art. 633 c.p., e l’ “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio
di pubblica necessità”, art. 340 c.p..
La giurisprudenza di merito e di legittimità si è espressa in più occasioni sulla liceità penale (o meno) delle occupazioni scolastiche. Con sentenza del 30 marzo 2000 la II sezione della Corte di cassazione è intervenuta sul punto statuendo che: “ Non è applicabile l’art. 633 alle occupazioni studentesche perché tale norma ha lo scopo di punire solo l’arbitraria invasione di edifici e non qualsiasi occupazione illegittima. …. L’edificio scolastico, inoltre, pur appartenendo allo Stato, non costituisce una realtà estranea agli studenti, che non sono dei semplici frequentatori, ma soggetti attivi della comunità scolastica e pertanto non si ritiene che sia configurato un loro limitato diritto di accesso all’edificio scolastico nelle sole ore in cui è prevista l’attività scolastica in senso stretto.”Tale sentenza ha avuto, inoltre, il pregio di individuare correttamente il momento consumativo e la condotta del reato contestato ed opera una sagace distinzione tra il momento dell’invasione di un edificio e quello della permanenza non consentita all’interno degli spazi, stabilendo che non è possibile assimilare la seconda alla prima in quanto “quando il legislatore ha voluto caratterizzare come fatto penalmente rilevante la permanenza arbitraria all’interno di un luogo, lo ha fatto con una previsione espressa, inversamente si incorrerebbe nella vietata analogia in malam partem ”. Pregevole appare anche la ricostruzione dell’alterità del bene invaso in relazione agli edifici scolastici. La Corte regolatrice sottolinea che ai sensi del D.P.R. 21.5.74 n. 416 la scuola costituisce una realtà non estranea agli studenti che contribuiscono e concorrono alla sua formazione e al suo mantenimento, con un potere-dovere di collaborare alla protezione e alla conservazione della stessa, per cui non sembra configurabile un loro limitato diritto d’accesso nelle sole ore in cui è prevista l’attività didattica in senso stretto. In tale disposto la Corte regolatrice stabilisce che nel reato di cui al 633 c.p. il termine invasione va interpretato come “una qualunque intromissione dall’esterno con modalità violente “Altra pronuncia di legittimità soccorre nella ricostruzione dei contorni del reato in esame stabilendo che: “Il reato in questione costituisce una delle ipotesi di illiceità speciale: il fatto oggettivo dell’arbitrarietà del comportamento, essendo elemento costitutivo di fattispecie, deve riversarsi nell’elemento  oggettivo del reato e costituire oggetto di rappresentazione e volizione da parte del soggetto agente,con la conseguenza che qualora il soggetto agente cada in errore sull’effettiva portata di una norma extrapenale, ritenendo legittimo il proprio comportamento, deve essere esente da responsabilità per mancanza di dolo ex art. 47 III comma c.p. dal momento che non si è rappresentato un elemento positivo della fattispecie”( così Cass. Sez. II, 17.5.1988, Oliva). Tali statuizioni portano a concludere che l’esistenza per gli studenti di un diritto di critica fondato sulla loro libertà di espressione, pensiero e associazione all’interno della scuola fondano per gli studenti l’esercizio di un diritto che non verrebbe solo supposto dagli stessi ma che fonderebbe un’oggettiva causa di giustificazione. Sulla interruzione di pubblico servizio Diversa è la fattispecie di cui all’art. 340 c.p. che, laddove non vi sia un complessivo assenso ed una partecipazione alle iniziative di protesta da parte degli insegnanti, dei presidi, del personale amministrativo, tecnico e ausiliario della scuola (ATA) potrebbe integrarsi nel caso in cui gli studenti impedissero deliberatamente il regolare svolgimento delle lezioni. A tale fine si indica la giurisprudenza più significativa. “Se la c.d. "occupazione" della scuola da parte degli studenti avviene senza modalità invasive, e cioè consentendo lo svolgersi delle lezioni e l’accesso degli addetti, non è configurabile il reato di interruzione di pubblico servizio , neanche se l’attività didattica si svolge con difficoltà ed in mezzo a confusione. Tribunale Siena, 29 ottobre 2001”. “L’occupazione temporanea di una scuola, sebbene per motivi sindacali, integra gli estremi della fattispecie di cui all’art. 340 c.p. quando le modalità di condotta, volte ad alterare il normale svolgimento del servizio scolastico, esorbitano dal legittimo esercizio dei diritti di cui agli artt. 17 e 21 Cost., ledendo altri interessi costituzionalmente garantiti.” Cassazione penale , 03 luglio 2007 , n. 35178. Da ultimo, per gli insegnati si evidenzia che, con una recente pronuncia, il Consiglio di Stato ha così statuito: “situazioni di c.d. occupazione di un Istituto scolastico per lo stato di agitazione degli studenti non esplicano un effetto esonerativo o di attenuazione degli obblighi di presenza, intervento e controllo del corpo del personale docente ed amministrativo della scuola, che tanto più devono garantire la loro presenza per evitare degenerazioni delle iniziative assunte dagli studenti all’interno dell’istituzione scolastica” (Cons. Stato, Sez. VI, 17/10/2006, n.6185). Pertanto, anche in caso di occupazione, continua a gravare sui docenti l’obbligo di presenza, intervento e controllo esistente anche in situazioni di normale svolgimento delle lezioni.

Un sentito ringraziamento ai ragazzi di ReteLegale per il continuo supporto giuridico gratuito che danno ai movimenti. La logica della giustizia e delle leggi solo per pochi può essere spezzata, e ReteLegale rappresenta ciò che di bello può fare la gente quando si unisce per mutui obiettivi.

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Onda anomala

L’onda anomala prepara la grande mareggiata!
proposte di discussione dalla Sapienza occupata

Riprendiamo parola, dopo la giornata straordinaria di ieri.
L’onda
è diventata una grande mareggiata che ha invaso la città di Roma,
milioni di studenti, insegnati, ricercatori, docenti universitari,
bambini, un’alleanza senza precedenti ha chiesto di poter decidere sul
proprio presente e sul proprio futuro.
Intanto, migliaia di studenti scendevano in piazza in tutta Italia. Non
si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati confederali,
così come il 17 ottobre non si è trattato semplicemente di uno sciopero
dei sindacati di base: in entrambi i casi si è trattato di
un’esplosione sociale strabordante, incontenibile nelle sigle, così
come nelle piattaforme.

E’ il mondo della formazione in quanto tale che è sceso in piazza e
ha bloccato il paese per chiedere l’immediata sospensione della legge
133 e del Dl 137, adesso divenuto legge. L’onda anomala della Sapienza
e di tutti gli atenei in mobilitazione in giro per l’Italia non poteva
non contribuire alla mareggiata di ieri.

Siamo stati parte pur essendo indipendenti dai sindacati, pur
avendo costruito dal basso, facoltà per facoltà, ateneo per ateneo la
nostra partecipazione. Solo a Roma 200.000 studenti si sono concentrati
in piazza Esedra per poi dare vita ad un corteo alternativo che ha
raggiunto e assediato il ministero dell’Istruzione. Un’altra grande
giornata gioiosa e radicale che ha visto protagonisti non solo gli
studenti delle facoltà occupate della Sapienza, ma anche gli studenti
di Roma 3 e di Torvergata, gli studenti medi di tantissime scuole
romane, studenti universitari e medi provenienti da altre città
italiane.

Sulla scorta di questo bilancio attivo in primo luogo ci chiediamo
come trasformare la potenza dello sciopero generale in uno strumento di
conflitto continuativo con il governo che, non solo sembra poco
interessato al dialogo, ma usa la minaccia, l’arroganza, le
provocazioni neofasciste (la difesa dei picchiatori di Blocco
studentesco, la sigla che fa riferimento all’associazione di chiara
ispirazione neofascista Casa Pound, in questo senso parlano chiaro),
per replicare ai movimenti.

Per un verso l’assenza e il blocco delle procedure parlamentari,
per l’altro l’offensiva e la criminalizzazione del movimento
studentesco che mai come in questo momento è radicato, ampio e
sostenuto dalla maggioranza del paese. La retorica della minoranza o
dei facinorosi non tiene più di fronte alla forza dei fatti: ogni
giorno decine di migliaia di studenti in piazza, lezioni all’aperto,
seminari nelle occupazioni, blocchi della circolazione, azioni di
protesta creativa, centinaia di facoltà e scuole occupate.
Minoranza è il governo, la sua ostilità nei confronti della democrazia e delle grandi istituzioni pubbliche della formazione.

Di
fronte a quanto sta avvenendo poi sul terreno dei contratti, ci sembra
scontato avanzare una proposta che non parla della saldatura
tradizionale tra mondo della formazione e mondo del lavoro, ma che
prova a nominare in forme comuni la risposta e l’opposizione sociale
alle politiche del governo, all’arroganza di confindustria, ai
provvedimenti che vogliono far pagare la crisi economica globale agli
studenti, ai precari, ai lavoratori. Ci sembra questa l’occasione per
promuovere uno sciopero generale "coordinato e continuativo" che,
categoria per categoria, blocchi il paese e la produzione di ricchezza.

"Noi non pagheremo la vostra crisi" è uno slogan che sta correndo
di bocca in bocca e che sta facendo emergere una rivolta generazionale
senza precedenti. Le sigle sindacali (confederali e di base),
indipendentemente dalle loro divergenze programmatiche, dovrebbero
avere la capacità di capire quanto sta accadendo nel paese e quale
domanda di rottura e di trasformazione si sta radicando ed estendendo
socialmente. Capire, ma anche agire di conseguenza e questa azione non
può essere che lo sciopero, generale e generalizzato.

Per quanto riguarda il movimento universitario e studentesco
riteniamo fondamentale costruire al meglio le giornate del 7 novembre e
del 14: per un verso la mobilitazione dislocata, città per città, per
l’altro la grande manifestazione nazionale a Roma.

In entrambi i casi è necessario fare uno sforzo organizzativo
importante, ma in particolare il 14 richiede l’impegno di tutti gli
atenei in mobilitazione. In primo luogo, infatti, dobbiamo fare in modo
che la manifestazione riesca al meglio, anche perché, con buona
probabilità, si tratterà di un decisivo momento di opposizione e di
conflitto non solo nei confronti della legge 133, ma anche nei
confronti del progetto di riforma organica dell’università promesso
dalla Gelmini e che dovrebbe essere reso pubblico al termine della
prossima settimana.

In secondo luogo dobbiamo rendere possibile, e organizzarci di
conseguenza, lo spostamento di decine di migliaia di studenti: iniziare
da subito un percorso di trattativa sulla mobilità è quindi
fondamentale.

Riteniamo infine indispensabile dare vita ad una
grande occasione di discussione assembleare nazionale a Roma e pensiamo
che le giornate del 15 e del 16 novembre possano essere le più adatte:
la scadenza del giorno prima, infatti, renderebbe possibile a tante e
tanti di trattenersi nelle facoltà occupate della Sapienza e di poter
partecipare alla discussione e di estenderla alle scuole e agli
studenti medi in mobilitazione.

Pensiamo ad un’assemblea che si ponga in primo luogo l’obiettivo di
garantire l’estensione e la durata di questo straordinario movimento.
Questo significa discutere innanzi tutto di contenuti e pratiche di
lotta: come qualificare e far emergere in primo piano il tema
dell’autoriforma; che tipo di rapporto promuovere con le realtà
sindacali e le esperienze di lotta del lavoro precario; come dare
continuità alle pratiche di conflitto e di blocco della città; come
trasformare la mobilitazione contro la legge 133 e l’eventuale riforma
in mobilitazione generale contro la crisi economica. In secondo luogo
la discussione dovrà provare a definire forme e metodi della relazione
nazionale, assumendo che non esistono ricette e che le soluzioni da
raggiungere dovranno essere all’altezza della forza, dell’ampiezza e
della ricchezza di questo movimento. Invitiamo tutte le facoltà
occupate, gli atenei in mobilitazione a riflettere su proposte e idee
da condividere, per far si che l’assemblea diventi una grande occasione
di espressione e di organizzazione, nel segno dell’autonomia e
dell’irrappresentabilità del movimento studentesco.

La Sapienza occupata e in mobilitazione

 

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Scontro di Piazza Navona, angolatura rossa

CAUSA

L’altra mattina il Blocco Studentesco ha tentato per l’ennesima volta di
strumentalizzare la protesta studentesca presentandosi direttamente
sotto il Senato così come aveva già fatto il giorno precedente. Il
giochino è paraculo quanto semplice, arrivo con il mio camion e la mia
amplificazione, mi porto pure il servizio d’ordine di squadristi e a
quel punto cerco di monopolizzare la comunicazione di una piazza che si
presenta spontanea e non strutturata. Insomma, come si dice in gergo,
metto il cappello. Ma  non è detto che quello che funziona una volta
funzioni per sempre. Ieri, infatti, a rovinare i piani di Casa Pound ci
hanno pensato i lavoratori dei Cobas Scuola che, a differenza dei
borghesucci fascisti di Piazza dei Giuochi Delfici, avevano mille e una
ragione per stare in piazza. Visto che il decreto taglierà 87.000 posti
di lavoro colpendo principalmente i precari che non vedranno rinnovato
il loro contratto. A quel punto i fascisti, infastiditi anche dalla
presenza di un’altra amplificazione che rompeva il loro monopolio,
hanno comunque tentato di prendere la testa della manifestazione
caricando più volte studenti e lavoratori che non volevano farsi
strumentalizzare. Il tutto sotto lo sguardo acquiescente delle forze
dell’ordine. Direte voi, ecco che riemerge il pregiudizio nei confronti
delle guardie, ma leggete (qui)
quanto scrive Curzio Maltese (mica un Autonomo) su La Repubblica (mica
Lotta Continua) di oggi. A rimetterci sono stati alcuni studenti e due
compagni, uno dei quali dopo essere caduto a terra colpito da una
catenata è stato preso a calci in testa da numerosi di questi “eroici”
combattenti (daje Vale’, partigiano combattente sempre in prima fila).

 

 

EFFETTO

La
notizia dell’aggressione fa il giro della città, arriva al corteo degli
studenti medi e nelle Facoltà occupate della Sapienza. La rabbia è
diventata enorme e si è fatta onda, questa si, incontrollabile. Perché
ne abbiamo le palle piene delle aggressioni sotto le scuole, delle
coltellate assassine, degli assalti squadristici contro i centri
sociali… e perché questi topi di fogna d’ora in poi dovranno averlo ben
chiaro: guai a chi ci tocca.Arriviamo incordonati su Corso Vittorio
Emanuele accolti dagli applausi dei compagni giovanissimi cacciati a
bastonate dalla piazza. Ad attenderci altri cordoni, altri compagni e
altre compagne. La stessa rabbia negli occhi, la stessa determinazione.
Si va. Il corteo entra da Piazza di San Pantaleo, un cordone di PS ci
si para davanti, ma oggi non è aria e allora si spostano. Qualcuno
lancia un coro: CAMERATA, BASCO NERO e il corteo risponde ruggendo IL
TUO POSTO E’ AL CIMITERO. Finalmente, non se ne poteva più della
presunta apoliticità, dei “ne destra ne sinistra” dei vari Bascetta e
dei suoi epigoni. Entriamo in piazza, parte, ritmato, un SIAMO TUTTI
ANTIFASCISTI. Li vediamo, stanno dall’altra parte della piazza.
Avanziamo compatti, incordonati, decisi. Noi siamo a mani nude, loro
hanno tutti dei manici di piccone. Avanziamo ancora, arriviamo a dieci
metri da loro. Qualche “pompiere” si para davanti, dice di “non
rompere” il movimento. Ma vaffanculo, che movimento vuoi fare con chi
spranga i compagni. Al tre, decidiamo, si parte. UNO e allora pensi
cazzo non c’ho niente in mano DUE e neanche un fazzoletto in faccia TRE
ma ‘sti cazzi CAAARICAA. Vola di tutto, le loro prime file reggono
quelli dietro si squagliano come neve al sole. Provano a tenerci a
distanza coi bastoni e noi non abbiano altro a disposizione che le
sedie di vimini del bar affianco. Che anche se lanciate da un palazzo
non farebbero male a nessuno. Fa niente, li stringiamo all’angolo, li
sommergiamo. Qualcuno arriva al contatto, e ora quel bastone sai dove
te lo infiliamo, pezzo di merda. Scappano, scomposti. Quel coglione di
Polacchi sta li a chiamare la linea, ma non s’è ancora accorto che
dietro non c’è più nessuno.  Si gira, capisce, e la sua faccia, da
sola, vale il prezzo del biglietto. La polizia a quel punto carica sia
noi che loro. Finisce così, alcuni di noi sono ammaccati ma nemmeno un
dubbio ne valeva la pena, cazzo se ne valeva la pena. 50 fascisti
armati di bastoni sono stati cacciati dalla piazza dai compagni a mani
nude, e adesso che vadano pure a piangersi addosso.

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